Quando si allude al panorama cinematografico italiano moderno, non si può non fare riferimento ad una delle figure più celebri degli ultimi anni, Paolo Sorrentino, e quando ci si riferisce a quest’ultimo non ci si può non soffermare sulla pluripremiata pellicola La grande bellezza, che nel 2014 è
riuscita a spodestare altri grandi film come sospetto di Thomas Vinterberg agli oscar, vincendo il premio al miglior film internazionale.
Probabilmente fra più chiacchierati lungometraggi del 21° secolo, “La grande Bellezza” è una pellicola che racchiude al meglio molti dei tratti salienti
dell’inconfondibile stile di Sorrentino, con degli accenni al cinema ancor più noto di Federico Fellini. Come infatti alcuni celebri prodotti di quest’ultimo, ad esempio La dolce vita, l’opera di Sorrentino è ambientata a Roma, ma non viene descritta una capitale ricca di sfumature e di eventi vivaci, è più che altro una città quasi annoiata, colpita dalla decadenza, che nonostante i meravigliosi monumenti, le strade luminose ed il maestoso Tevere, è priva di una forma concreta, si perde in un’immensa frivolezza, come i protagonisti del film.
È difatti proprio questo ciò di cui questa pellicola tratta, pura frivolezza, insulsità ed una falsa bellezza inesistente di cui tanti, tantissimi si circondano. Alla base dell’opera di Sorrentino si trova gente “altolocata” che si circonda di arte e di falso splendore, come una sfilza di persone ammaliate che ammirano una bambina dipingere piangendo, considerandola come un qualcosa di ammirevole, o anche decine di persone che provano a convincersi della propria bellezza esteriore (ovviamente fasulla) facendosi punture e ritocchi facciali in una delle scene più potenti del film.
Questa lunghissima premessa appena descritta serve a presentare il mondo in cui il protagonista assoluto del film si trova, Jep Gambardella, interpretato da Toni Servillo in modo magistrale, che a 65 anni, stanco della sua mondaneità inizia ad interrogarsi sulla sua insulsa esistenza. Jep è ormai stanco, è una persona nè maligna nè buona, non è un uomo da amare o da disprezzare, è semplicemente una persona la cui vita è svanita fra un drink di troppo ed una serata e l’altra. Si potrebbe addirittura paragonare ad un anziano Andrea Sperelli de Il piacere anche se non c’è alcuna becera inettitudine nel protagonista, o almeno, essa si può trovare in alcuni eventi della vita di Jep, ad esempio considerando il fatto che non abbia mai avuto una relazione stabile; nonostante ciò a differenza del personaggio dannunziano egli si rende conto della propria situazione, del proprio vivere fasullo, il suo essere “tutto imbriacato d’arte” (proprio come Sperelli) non lo ha portato a nulla, e purtroppo non c’è più alcun modo in cui intervenire. Senza alcun dubbio la scena migliore della pellicola, ed anche la più famosa, è la grande sequenza della festa dei 65 anni di Jep, diretta in modo sublime da Sorrentino, che a suo modo rappresenta l’intero significato della pellicola.
Dopo un’apertura in cui un turista sviene davanti alla bellezza di Roma, ammaliato dall’incanto della capitale, avviene una vera e propria contrapposizione con la festa del protagonista, dove sono raffigurate decine di persone, quasi tutti avanti negli anni, che ballano e si divertono (in modo fittizio) come se avessero 20 anni, dimenticandosi della propria situazione degradante. È questo ciò che rende La grande bellezza così potente, la schiettezza di Sorrentino nel contrapporre la magnificenza assoluta di una città come Roma, davanti alla quale chiunque svenirebbe, alla frivolezza di oggi giorno. Ma quindi, che cos’è la “Grande bellezza”?
Dove si può cercare, e soprattutto si può trovare? È un po’ ciò che Jep ricerca per tutta la durata del film, 2 ore e 20 di pellicola dove un nomo qualunque girovaga per la città, ricordando bei momenti, passandone dei pessimi, e semplicemente ricordando la sua dannata esistenza di uomo che non è riuscito a costruire nulla di positivo.
Nella parte finale della pellicola, dopo che Jep parla con la centenaria Suor Maria, finalmente capisce che cosa sia questa bellezza. Ciò che ha sempre ricercato è solo un trucco, non esiste, non troverà la bellezza nè nell’insulsità della sua vita nè in qualsiasi altra esistenza; non deve aspettare di tornare a scrivere sperando di poter ritornare a vivere positivamente. Deve scrivere soltanto perché questo è il suo ruolo, non perché ha trovato la
bellezza della vita stessa; pensare di viverla o di percepirla sarebbe un trucco qualsiasi, come quello inscenato dall’amico prestigiatore di Jep.
Seguendo questo messaggio si potrebbe ritenere che quindi Sorrentino abbia concluso il proprio film più noto con un’interpretazione pessimista, ma non è così, Jep adesso sa che non potrà mai avere questa grande bellezza tra le proprie mani, e proprio per questo, può cambiare, andare avanti, voltare pagina dopo quarant’anni ed iniziare una volta per tutte, vivendo una vita frivola o no, ad essere ciò che è destinato ad essere, uno scrittore.
Detto ciò, si può affermare con certezza che La grande bellezza è uno dei film più importanti degli ultimi tempi, che grazie ad ottime interpretazioni, un’ambientazione meravigliosa ed una regia armoniosa di Sorrentino, rappresenta al meglio la modernità, in equilibro fra la profonda frivolezza presentata dagli altolocati romani alle “vibrazioni” impercettibili che ognuno di noi cerca, sperando di evadere dall’oblio moderno.
Riflessioni cinematografiche di Gianmarco Mazzurco su “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino
