Giustizia, migrazioni e dignità: all’Università di Messina la testimonianza di Alaa Faraj

La storia di Alaa Faraj, giovane migrante condannato ingiustamente come presunto scafista e successivamente destinatario di una grazia parziale da parte del Presidente della Repubblica, è diventata all’Università di Messina il punto di partenza per una riflessione più ampia su giustizia, diritti e dignità umana. La presentazione del libro “Perché ero un ragazzo” (Sellerio) ha trasformato l’Aula Magna del Rettorato in uno spazio di confronto civile e memoria condivisa, superando i confini della narrazione letteraria per interrogare il senso stesso dello stato di diritto.
L’incontro, promosso dalla Caritas Diocesana, da  Libera presidio di Messina ” Nino e Ida Agostino” responsabile Tiziana Tracuzzi e dal Cesv, si è aperto con i saluti istituzionali della Magnifica Rettrice Giovanna Spatari e del vescovo ausiliare di Messina, monsignor Cesare Di Pietro, che hanno sottolineato il valore culturale e civile dell’iniziativa, capace di coniugare testimonianza personale e riflessione collettiva.
A introdurre il volume è stata Alessandra Sciurba, curatrice dell’opera, che ha ripercorso la vicenda giudiziaria e umana dell’autore. Sciurba ha conosciuto Alaa Faraj durante un laboratorio in carcere e ha raccolto le lettere che l’uomo le inviava dalla detenzione, oggi confluite nel libro. Faraj è stato condannato a trent’anni di reclusione come presunto scafista; una grazia parziale concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha successivamente ridotto la pena di dieci anni. Un caso emblematico – ha spiegato Sciurba – che rappresenta quello di molti giovani migranti accusati senza prove di traffico di esseri umani solo per essere sopravvissuti alla traversata. Una storia che «scava nelle coscienze e riattiva la memoria», diventando simbolo di una giustizia possibile e di un riscatto umano.
Di forte impatto anche l’intervento di don Luigi Ciotti, che rivolgendosi all’autore ha affermato: «Alaa, fratello mio, non ti lasciamo da solo». Una vicinanza che, nel tempo, ha contribuito a trasformare la speranza di Faraj in fiducia nelle istituzioni e nella giustizia italiana. «Le parole – ha ricordato don Ciotti – spesso graffiano la vita», ma nonostante l’ingiustizia subita, Alaa ha sempre dimostrato gentilezza e gratitudine.
Il presidente emerito della Corte Costituzionale, Gaetano Silvestri, ha sintetizzato il senso del libro in una sola parola: “dignità”. Una dignità che non si conquista per meriti e non si perde per colpe. Pur privato della libertà, della giovinezza e di parte del proprio futuro, Faraj – ha osservato Silvestri – conserva il raro dono di unire mente e cuore. L’ingiustizia subita, ha aggiunto, non va attribuita ai singoli giudici, ma ai processi mediatici che alimentano un’opinione pubblica forcaiola incline alla condanna preventiva.
Nel corso della serata è intervenuta anche Maria Teresa Collica, che ha ribadito come legge e giustizia debbano procedere di pari passo. Ha ricordato il percorso di Alaa, studente di ingegneria partito dalla Libia con il sostegno della famiglia per inseguire il sogno di diventare calciatore.
Di taglio prettamente giuridico l’intervento di Alessio Lo Giudice, che ha suggerito il libro come lettura consigliata per gli studenti del primo anno di Giurisprudenza, indipendentemente dal percorso professionale futuro. Richiamando la Giornata della Memoria, ha ricordato come «non bisogna adorare le ceneri, ma accendere i fuochi».
Molto emozionato, Alaa Faraj ha preso la parola per ringraziare i presenti e rivolgere un pensiero ai familiari di Sara Campanella, studentessa che ha frequentato l’Università di Messina, e alle comunità della fascia ionica duramente colpite dal ciclone Harry. Ha raccontato come la rabbia iniziale nei confronti del magistrato si sia trasformata in serenità dopo aver conosciuto, durante la detenzione, le storie di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. «Amo l’Italia – ha detto – e sono sopravvissuto al carcere consapevole della mia innocenza».
Faraj ha chiesto giustizia non solo per sé, ma anche per i 49 connazionali che hanno perso la vita durante la traversata, affinché la loro morte non resti priva di significato e i familiari possano conoscere la verità. Ha espresso rammarico per le critiche rivolte al Presidente della Repubblica dopo la concessione della grazia parziale e ha ribadito il desiderio di liberarsi definitivamente dall’etichetta di pregiudicato, avendo solo accettato il ruolo di detenuto.
Durante l’incontro, alcuni brani del libro sono stati letti da Corrado Fortuna, contribuendo a restituire forza e profondità alla narrazione. A moderare il confronto è stata Anna Mallamo che, con professionalità e competenza, ha garantito un dialogo ordinato e attento, valorizzando gli interventi e i contenuti e contribuendo in modo significativo alla riuscita dell’iniziativa.

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