Custodire la città: a Messina parte il percorso “Ri – Partecipiamo” per la cittadinanza attiva

Ha preso il via al Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Messina il primo appuntamento tematico del percorso di formazione socio-politica “Ri-Partecipiamo”, dedicato a “L’impegno dei cristiani nella società: partecipare alla vita della città”, presentato lo scorso 28 gennaio. L’iniziativa, promossa dall’Arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela in collaborazione con l’Università, la Cisl, l’Azione Cattolica, il MCL, il MEIC e l’UCID, nasce con l’obiettivo di offrire strumenti concreti per una partecipazione consapevole alla vita sociale e politica del territorio, stimolando una presenza responsabile e propositiva nella vita pubblica della città.
Ad aprire i lavori è stato padre Sergio Siracusano membro del Consiglio Pastorale dell’Arcidiocesi e Direttore dell’Ufficio Diocesano per i problemi sociali e il lavoro.
Tra i relatori, il costituzionalista prof. Luigi D’Andrea ha proposto una riflessione sul valore della partecipazione alla vita sociale, che riguarda direttamente il destino dei cittadini e la qualità delle democrazie. Oggi, ha osservato, si assiste a una crisi diffusa dei sistemi democratici, in cui cresce la tentazione di affidarsi a leader forti e a soluzioni semplificate. Emblematico, in questo senso, il riferimento agli Stati Uniti, spesso indicati come modello di solidità istituzionale, ma che mostrano fragilità evidenti quando la partecipazione civica si indebolisce.
Laddove manca il coinvolgimento attivo dei cittadini, i sistemi politici possono apparire forti, ma “sono giganti dai piedi d’argilla”. La partecipazione, al contrario, è l’espressione concreta dell’essere comunità. L’idea della “galoppata in solitaria”, pur suggestiva, non è una via praticabile per costruire il bene comune: prendersi cura della città significa prendersi cura di sé stessi e degli altri, superando una visione individualistica centrata solo sul proprio interesse.
D’Andrea ha richiamato alcuni articoli chiave della Costituzione italiana (1, 4 e 118), che pongono al centro il lavoro, la responsabilità e la sussidiarietà come fondamenti della convivenza civile. Partecipare, ha sottolineato, significa conoscere la realtà, accettare il confronto anche quando è scomodo, valutare le alternative, assumersi la responsabilità delle decisioni e delle loro conseguenze. Allargare lo sguardo e mantenere una visione d’insieme è difficile, ma resta una sfida imprescindibile. In questo cammino, l’impegno dei dirigenti politici e quello dei cittadini sono inseparabili: solo insieme è possibile rafforzare la democrazia e costruire una società più consapevole, solidale e responsabile.
Il prof. Alberto Randazzo, associato di Istituzioni di diritto pubblico, ha aperto il suo intervento con una domanda essenziale: chi sono i laici? Per rispondere, ha richiamato il n. 31 della Lumen Gentium, dove la Chiesa è descritta come una realtà viva che si regge su tre “gambe”: laici, presbiteri e consacrati, ciascuno con una propria vocazione e responsabilità. I laici, in particolare, sono chiamati a vivere la fede nel cuore del mondo, nelle realtà quotidiane, sociali e politiche.
Randazzo ha evocato il Vangelo di Matteo (20, 3-4), l’episodio degli operai chiamati a diverse ore del giorno, come immagine di una partecipazione possibile in tutte le stagioni della vita: i laici sono chiamati a essere fermento capace di trasformare la realtà. È attraverso una fede incarnata, che unisce parola e vita, che si crea una connessione autentica tra l’annuncio cristiano e il servizio al bene comune.
Il riferimento all’incipit della Gaudium et Spes (“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi…”) rafforza l’idea che il credente non possa restare indifferente alla storia. Come ricordava Giorgio La Pira, i cristiani sono chiamati a essere insieme attori e spettatori della storia, protagonisti responsabili e non osservatori distaccati.
Randazzo ha poi richiamato l’insegnamento di Papa Pio XII che, nel 1942, con “scongiurante paterna insistenza”, esortava i cattolici all’impegno nella vita pubblica: da quell’appello prese slancio il movimento cattolico che contribuì in modo decisivo ai lavori dell’Assemblea Costituente. Sulla stessa linea si collocano Papa Benedetto XVI, quando affermava che non basta l’orazione se non si è disposti a “prendere l’aratro”, e Papa Paolo VI, che parlava esplicitamente di impegno cristiano nella storia. Emblematica, in questo quadro, la frase di Aldo Moro: “Senza la carità, la democrazia non può esistere”.
Nel suo intervento, Randazzo ha messo in guardia dalle tentazioni che spesso insidiano i laici: l’autoreferenzialità, il rifugio in ruoli ambigui, il rischio di diventare “mezzi preti o mezze suore”. La Chiesa, ha ribadito, ha bisogno di laici pienamente laici, capaci di agire anche fuori dai confini ecclesiali, promuovendo il dialogo tra credenti e non credenti. Sulla scia di Papa Giovanni XXIII, ha ricordato la necessità di guardare a ciò che unisce e non a ciò che divide, perché non è lecito lasciare nessuno nell’ozio o nell’indifferenza.
I laici, ha concluso, sono chiamati a essere portatori di speranza, “credenti ma soprattutto credibili”, come ricordava il giudice Rosario Livatino. Richiamando il Vangelo di Luca (17,11), Randazzo ha sottolineato che una fede autentica non si misura solo nei risultati, ma nello sforzo sincero di camminare verso il bene, assumendosi la responsabilità del proprio impegno nel mondo.
Nel suo intervento, mons. Cesare Di Pietro ha espresso innanzitutto apprezzamento per l’organizzazione dell’iniziativa, sottolineando quanto momenti di riflessione come questo siano necessari in un contesto sociale segnato, come osservava Norberto Bobbio, da un forte individualismo e da una visione verticistica della vita pubblica. Una polis degna di questo nome, ha ricordato, non può che essere orizzontale, fondata sulla partecipazione e sulla corresponsabilità dei cittadini. Da qui la domanda: quanti oggi si soffermano davvero sul significato profondo della parola polis?
La risposta passa attraverso la carità, intesa non solo come virtù personale, ma come forza capace di farci uscire dall’individualismo e di renderci partecipi dell’attività politica e sociale. La Scrittura lo ricorda con chiarezza: “Con la benedizione degli uomini retti una città prospera” (Proverbi 11,11) e “Un governante senza senno rovina il suo popolo” (Siracide 10,3). La qualità della vita della città dipende, dunque, dalla qualità delle relazioni e della responsabilità dei suoi abitanti.
Su questo terreno si innesta la grande tradizione del pensiero classico. Platone fondava la vita della città sull’amicizia e sulla concordia, mentre Aristotele indicava nell’amicizia il punto più alto della politica, perché senza legami autentici non può esistere una vera comunità. Giorgio La Pira riprendeva questa intuizione parlando dell’amicizia come di un organismo vivente, capace di crescere e di nutrire la città nel tempo.
Le città, ha ricordato mons. Di Pietro, hanno un volto proprio: sono realtà complesse e misteriose, “abitate da uomini e da Dio”. Per questo è necessario coltivare l’amicizia con la città, riappropriarsene come spazio di vita, di relazioni e di responsabilità. È nella città che si impara a vivere insieme, a riconoscere l’altro e a costruire reti di rapporti umani. Come ricordava il cardinale Carlo Maria Martini, l’impegno civile passa attraverso la capacità di tessere relazioni, creare legami e abitare con consapevolezza i luoghi della quotidianità.
In questo contesto, la vera tolleranza non è indifferenza, ma condizione per vivere e operare insieme per il bene comune. Giuseppe Lazzati sottolineava la necessità di “lavorare insieme, con coscienza e impegno, per conseguire il miglior risultato possibile”, riconoscendo che il pluralismo è normale e legittimo. Percorsi comuni, anche al di là delle divergenze, favoriscono non solo la conoscenza reciproca, ma soprattutto la soluzione concreta dei problemi, attraverso competenza e responsabilità.
Il richiamo a don Luigi Sturzo invita infine a vigilare sui “mali passi” della politica e della società. Sturzo insisteva sulla necessità di costruire un legame solido tra etica e politica, a partire dalla scuola, dalla famiglia, dalla comunità e dalle associazioni. È in questi luoghi che può maturare un discernimento condiviso, capace di valorizzare la partecipazione e di rendere la polis uno spazio autentico di vita condivisa e di responsabilità.

 

 

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