Ogni epoca costruisce il proprio Ulisse.
Quello di Omero è l’eroe del nòstos, il ritorno; quello di Dante è il trasgressore della conoscenza, disposto a oltrepassare le Colonne d’Ercole pur di inseguire “virtute e canoscenza”; quello di James Joyce diventa l’uomo comune che attraversa la modernità.
Se Christopher Nolan, con il film appena uscito nelle sale cinematografiche, ha scelto oggi di confrontarsi con questo mito, è perché Ulisse continua a rappresentare una domanda prima ancora che un personaggio.
Non sappiamo se l’opera di Nolan avrà successo di critica e di pubblico, ma la scelta stessa del soggetto è significativa.
Da “Memento” a “Interstellar”, fino a “Oppenheimer”, Nolan ha costruito una riflessione costante sul rapporto tra conoscenza e responsabilità, tra desiderio di comprendere e i limiti della condizione umana, mentre i tre film su Batman, “Il cavaliere oscuro”, ripropongono la complessità dell’animo umano, sospeso tra giustizia collettiva e vendetta personale. È difficile immaginare un terreno più fertile dell’Odissea per proseguire questa ricerca.
Il punto è che Ulisse non appartiene soltanto all’antichità. Appartiene, forse più di ogni altro eroe, alla nostra inquietudine esistenziale.
La modernità ha fondato la propria identità sulla fiducia nella ragione. La scienza, la tecnica e il metodo sperimentale hanno progressivamente sostituito il ricorso al mito come strumento di interpretazione del reale.
Eppure, il progresso non ha cancellato il mistero. Lo ha semplicemente spostato più avanti.
Ogni conquista scientifica allarga il confine del conoscibile, ma, nello stesso tempo, rende più evidente l’estensione di ciò che ancora ignoriamo.
La cosmologia continua a interrogarsi sulla materia e l’energia oscure, che sembrano costituire la parte predominante dell’universo. Le neuroscienze spiegano sempre meglio il funzionamento del cervello, senza esaurire il problema della coscienza.
L’intelligenza artificiale produce risultati sorprendenti, mentre cresce il dibattito sulla natura dell’AI e sui limiti del rapporto tra uomo e tecnologia.
La razionalità contemporanea vive così una condizione apparentemente paradossale: più conosce, più scopre l’ampiezza dell’ignoto.
In questo scenario, Ulisse riacquista una sorprendente centralità. Non perché offra risposte, ma perché incarna un atteggiamento. È l’uomo che non arretra davanti all’incertezza.
Naviga senza poter prevedere ogni approdo, decide senza possedere tutte le informazioni, accetta il rischio come parte inevitabile della conoscenza.
È una figura profondamente diversa dall’eroe moderno inteso come dominatore della realtà. Ulisse non domina il mondo; cerca di comprenderlo. La sua intelligenza non consiste nel controllare tutto, ma nell’adattarsi a ciò che continuamente sfugge al controllo.
Forse è proprio questa la sua figura è più che mai attuale.
La nostra società sembra oscillare tra due tentazioni opposte. Da un lato, la fiducia quasi illimitata nella capacità della tecnologia di risolvere ogni problema; dall’altro, la diffidenza verso la complessità, che alimenta semplificazioni, polarizzazioni e risposte immediate. Entrambe finiscono per ridurre lo spazio del dubbio.
Eppure, il dubbio non rappresenta il fallimento della ragione. Ne costituisce il fondamento.
Da Socrate a Cartesio, da Kant a Karl Popper, il pensiero occidentale ha riconosciuto che la conoscenza autentica nasce proprio dalla consapevolezza dei propri limiti. Non è un caso che Popper individuava nella possibilità dell’errore la forza stessa del metodo scientifico.
Ulisse appartiene a questa tradizione prim’ancora che essa venisse formulata. Non è l’uomo delle certezze, ma delle domande.
Ogni isola attraversata, ogni incontro, ogni deviazione modificano il suo modo di guardare il mondo.
Il viaggio non serve semplicemente a raggiungere Itaca; serve a trasformare chi viaggia.
È probabile che Nolan scelga di accentuare questa dimensione esistenziale. Sarebbe coerente con un cinema che ha sempre raccontato personaggi costretti a confrontarsi con il tempo, con la memoria e con l’impossibilità di possedere una verità definitiva. Se così fosse, il nuovo Ulisse parlerebbe, inevitabilmente, anche di noi.
Perché il vero viaggio dell’uomo contemporaneo non si svolge soltanto nello spazio: si svolge dentro la conoscenza.
Esploriamo pianeti, costruiamo macchine capaci di apprendere, decifriamo il linguaggio della vita.
Ma continuiamo a interrogarci sulle stesse questioni fondamentali: chi siamo, dove andiamo, quale sia il significato della coscienza, dove si collochino i confini della libertà e della responsabilità.
Le mappe sono cambiate, ma non è cambiata la necessità di partire.
È questa, forse, la ragione per cui Ulisse continua a tornare. Non perché il mondo abbia ancora bisogno di eroi, ma perché continua ad avere bisogno di cercatori.
In un tempo che confonde spesso l’informazione con la conoscenza e la velocità con la comprensione – è il caso dei social, purtroppo – il re di Itaca ci ricorda che il sapere non è un approdo definitivo, ma una navigazione senza fine.
Ed è, forse, proprio questa l’intuizione più attuale del mito: la grandezza dell’uomo non consiste nell’aver conquistato l’ignoto, bensì nel non aver mai rinunciato a cercarlo.
P.S.: per chi scrive la più fedele trasposizione del viaggio di Ulisse, è lo sceneggiato a puntate “Odissea” di Franco Rossi, con Fehmiu nel ruolo di Ulisse e Irene Papas in quello di Penelope, trasmesso dalla RAI nel 1968.
